Mia zia mi ha chiesto il favore di tenerle il cane. Non era il suo solito cane, in realtà non era proprio un cane. Era una specie di gatto-cane col pelo riccio e bello tozzo. Me lo sono portato ad un concerto, ma lì mi sono accorto di non avere il guinzaglio, e questo si è rivelato un problema. Sono dovuto restare all’ingresso del posto, sembrava la reception di un hotel e aveva un materasso morbido a scivolo che, nella mia testa, serviva ovviamente a caricare i bagagli più pesanti. Mi sono messo lì in cima seduto. Piano piano ho realizzato che non sapevo come si chiamasse quella creatura che a volte incuriosita scappava verso la folla molto lentamente e goffamente, tanto che recuperarlo era molto semplice. Ho preso un drink ma al bancone non si è capito nulla e alla fine mi sembra di non aver bevuto.
Poco dopo ero in macchina e guidando su una strada, questa si sdoppia in due in senso verticale, come una bocca che si apre, e diventa tridimensionale. Passando in questa specie di tunnel diventa tutto più oscuro e sento una voce che non so attribuire a nessun volto. Questa voce mi parlava di come le strade sono malmesse e si lamentava di questa condizione, menzionando dettagli come il volto disperato di una persona incastonata nell’asfalto. Questo volto, diceva, è difficile da intravedere, infatti non l’ho visto. Ci fermiamo da qualche parte e mi ritrovo in questo spazio liminale illuminato da una luce fredda, con un termosifone caldo. In questo momento mi accorgo che la creatura ha dormito beata tutto il tempo in una scatola di cartone, lascio la mia giacca e la mia sciarpa sul termosifone ed esco.
Mi trovo in un prato verde circondato in lontananza da grattacieli storti. Suono qualcosa alla chitarra e canto un testo di cui mi sfuggono le parole. In un attimo mi viene paura che le mie cose sul termosifone possano prendere fuoco, corro dentro. La giacca e la sciarpa erano bollenti.