20260429

La Biblioteca dei Rimpianti

I.

I frammenti che seguono sono tratti dal Repertorium Locorum Abditorum et Impossibilium – anche noto come Il Repertorio dei Luoghi Nascosti e Impossibili – testo medievale di autore ignoto, oggi considerato introvabile nella sua forma completa. La presente selezione è stata compilata a partire dal materiale messo a disposizione da F. B., collezionista privato, che si ringrazia. Non si avanza alcuna pretesa di completezza né di interpretazione definitiva. Si lascia al lettore la facoltà di trarre le proprie conclusioni.

Repertorium, fr. 7 — citazione da Anassimandro di Mileto, tramite Simplicio: “In quel luogo senza pareti [...] dove i dolori diventano pietra [...] custodisce ricordi dimenticati [...]” 1

Repertorium, fr. 14 — citazione da un papiro anonimo della XVIII dinastia, traduzione latina dell'autore: “[...] questi pesi non si confrontano con la piuma di Maat [...] lì non si giudica ciò che è stato fatto [...] ciò che non è stato fatto trova la sua forma [...] dove i rotoli nascono da soli” 2

Repertorium, fr. 24 — citazione da Abū ʿAbd Allāh Muḥammad al-Idrīsī, Libro di Ruggero (1154): “Cinque giorni di cammino a sud tra le dune [...] una costruzione sfuggente che i locali non nominano [...] torri di pergamena si moltiplicano con il dolore [...] nessuno può [...] solo lui [...]” 3

1 Secondo un mito greco minore, Mnemosine, dea della memoria, unendosi a Zeus generò, oltre alle Muse, una figlia senza nome incaricata di custodire ciò che non viene ricordato ma che non viene dimenticato. Il mito è riportato in forma frammentaria nel Περὶ τόπων attribuito a Mnemonide di Chio, di cui sopravvivono solo tre fogli in traduzione latina tarda

2 Il riferimento alla piuma di Maat suggerisce che l’autore del papiro conoscesse il rituale della pesatura del cuore descritto nel Libro dei morti. In questo caso costituisce una deviazione dalla dottrina canonica in cui ad essere giudicate sono le azioni.

3 Il Libro di Ruggero è un trattato geografico commissionato dal re normanno Ruggero II di Sicilia. Il passo qui citato non figura nelle edizioni moderne dell'opera e proviene presumibilmente da una redazione manoscritta oggi dispersa.

II.

In piedi, immobile, di fronte a una conca di pietra perfettamente levigata, abbastanza grande da contenere un libro aperto. È così che passo gran parte del mio tempo. In piedi, immobile, di fronte a una conca, e aspetto. Aspetto che in quella conca appaia il peso di chi non ha fatto pace con il proprio passato.

La conca di pietra è il centro da cui si irradiano corridoi di cui non vedresti la fine, nemmeno percorrendoli per tutta la vita. Sulle pareti di pietra, scaffali pieni di libri: alcuni sottilissimi, quasi fogli; altri così grandi da non poter essere sollevati con una sola mano. Guardando in alto non c’è un soffitto, ma altri scaffali e altri libri e altri scaffali. Questa biblioteca è sorta dal sospiro del primo uomo ad aver rimpianto, ai tempi in cui il freddo era così grande da doversi stringere per sopravvivere. Si è innalzata fino ad oggi, custodendo tutto ciò che non è stato ma che non viene dimenticato.

Questo luogo è me ed io sono questo luogo.

Un breve lampo di luce azzurra e nella conca di pietra appare un sottile libro dalla copertina di velluto. Uno dei rimpianti primordiali. L'innesco della catena: un’azione persa nel forse, una parola non detta, un gesto mancato. Poi tutto cresce: il rimpianto di aver rimpianto, il passato che corrode il presente e il futuro in un ciclo di disgregazione che crea tomi sempre più densi. Centinaia di migliaia di pagine che racchiudono un peso sempre più grande. Spesso, il capitolo finale coincide con la fine del tempo a disposizione di chi lo ha generato. Alcuni riescono a fare pace con il peso che portano. In questi casi i tomi si assottigliano, le catene si accorciano, e i fortunati riescono a scrivere i capitoli finali della loro esistenza con mano diversa.

“Non ho mai detto a mio padre quanto gli volevo bene prima che morisse”

Questo è ciò che leggo nella prima e unica pagina del libro di velluto. Uno dei più comuni, categoria II, scaffale numero tredici. Ne ho viste infinite copie, migliaia di parole non dette ad un genitore. Inizia sempre così: una pagina e una frase semplice, e finisce per generare libri così pesanti da non poter essere spostati.

Se potessi perderti tra gli scaffali di questa biblioteca, passeresti infinite fatiche e frustrazioni pensando di trovare esattamente il tuo rimpianto, ma ti accorgeresti che quel peso è stato portato da altri prima di te. Milioni di copie dalla radice comune si diramano in varianti che attraversano ere e ne scandiscono il dolore.

Un lampo di luce azzurra, nella conca si materializza un nuovo libro. Lo sollevo lentamente, e dopo averlo aperto, noto le pagine vuote. La mia esistenza, come il cielo sereno in un bacino d'acqua, si specchia indistinguibilmente in quelle pagine.

Un altro lampo di luce azzurra, un altro libro di velluto, questa volta più grande. Le pagine ancora bianche. Nessuna categoria è mai esistita per dei libri vuoti, nessuno scaffale ancora che li contiene.

I dubbi si sciolgono: quei libri vuoti appartengono a me. A me, custode di sentieri mai presi e che non possono essere più percorsi. Sentieri che varcando il confine della realtà, passano al regno della memoria e si intrecciano in me rendendomi tutto ciò che non è mai stato. A me, che guardo gli uomini ricamare il tempo con il sottile filo dei rimpianti.

A me, i cui ricordi sono i vostri pesi, e il non averne è il mio rimpianto.