Le porte della metropolitana si aprirono di scatto dietro alla mia schiena e la sensazione di cadere mi riportò bruscamente alla realtà. Ogni volta che mi succede penso che sarebbe meglio tapparmi il naso, lasciarmi cadere all’indietro ed essere risucchiato dalle onde della stazione, come un sub che si immerge nell’acqua per poi sparire dentro.
Sentivo gli occhi dell’intero vagone trapassarmi da parte a parte, o almeno questo è quello che immaginavo, perché riuscivo a fissare solo il pavimento. Conoscevo bene quei segni di sporco sulle mie scarpe, non avevo ancora trovato la voglia di pulirle. D’altronde preferivo guardare le mie scarpe che incrociare lo sguardo di quegli esseri, e in quelle macchie trovavo sempre nuove forme a cui dare un senso. Scesi dalla metro a passo svelto, dovevo arrivare all’appuntamento in meno di dieci minuti. Evitavo il caos umano con movimenti goffi ma precisi, le correnti di vento nei tunnel della stazione mi portavano ciocche di capelli in bocca e lacrime negli occhi. Era come camminare tenendo in mano un bicchiere d’acqua riempito fino all’orlo, che alla prima incertezza trabocca; e non fa in tempo a svuotarsi e donare un po’ di sollievo, che una mano con una caraffa lo riempie di nuovo e sei ancora lì, in bilico.
Bussai tre volte alla porta, «Prego, si accomodi» disse una voce dall’altra parte. Aprii lentamente la porta e un’aria calda e viziata mi investì la faccia: strizzai gli occhi così forte che quando li riaprii non vidi bene per qualche secondo. La stanza era totalmente illuminata da potenti lampade poste dietro ad una scrivania dove sedevano tre figure. Non riuscivo a distinguere nulla, vedevo una palla di luce e tre sagome; la stanza sembrava abbastanza piccola, io ero all’inizio ma non riuscivo a capire dove fosse la fine.«Numero 1379, giusto?» Guardare le sagome era impossibile per la luce fortissima. «S-si» dissi guardando le scarpe; ero fradicio di sudore e respiravo a fatica.
«Dal verbale risulta che Lei vorrebbe sparire?»
«Io s-sono già sparito»
«Dunque Lei è già sparito»
Sentii rumore di scartoffie e un colpo, come fosse un timbro. Il caldo era insopportabile, mi trovavo sull’orlo di un collasso che sembrava vicino e lontano allo stesso momento; un terribile limbo in cui mi sentivo evaporare. Ricordo il soffitto della stanza che sembra scomporsi in tanti soffitti di tante stanze che si confondono tra muri che si allungano e si innalzano in forme sconosciute.
Le porte della metropolitana si aprono di scatto dietro alla mia schiena e la sensazione di cadere mi riporta bruscamente alla realtà.
Mi tappo il naso.